Armandino Ghezzi (figlio naturale) conferenza ‘Autismo Pragmatico’ nell’arte di Remeron

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8 pensieri su “Armandino Ghezzi (figlio naturale) conferenza ‘Autismo Pragmatico’ nell’arte di Remeron

  1. ops..credevo fosse un filmato per ridere..e invece hai tracciato un esaurito quadro roipnolico della prognosi sulla endemicità dell’arte colloidale del Medioevo..e della collarelità con la filosofia di Arustide.Peccato tu non abbia fatto riferimento alla problematicità lisergica della siderurgia tra la forma e la sostanza urinica della contenitività della fetalità nella donna contemporanea,perchè l’irrobustibilità dell’artista contemporaneo non è tanto l’autodiagnosi quanto l’emivita.Comunque La ringrazio per aver parlato dell’andrologia delle donne,una scienza spesso affragata da poche tesi.

    (ma i fonzies ingoiati con l’acqua non perdono di sapore?)

  2. una conferenza in cui giganteggia tutto il senso/orizzonte della differita, quell’intercapedine di tempo senza più luogo, tra il dire e il pensare (forse anche a qualcos’altro); quel tempo sfasato in cui la ricerca lessicale innalza, lemma dopo lemma, una maschera “perifrastica”, eh sì, camuffa il proprio romanesco interiore, annacqua bagna e trippa, disossa l’abbacchio e lo frulla, ne serve mousse d’analisi – come dire, abbacchio, trippa e bagna, non sarebbero eccessive semplificazioni? il medesimo ordinare dei macellai, dei cuochi di turno, o di una casalinga senza più inventiva… il logos si auto-flagella, piccolo schiavo egizio, fuori-orario, qualcuno gli ha prospettato una piramide… tenta di sottrarre ai macellai il monopolio concettuale dell’abbacchio, il privilegio della nominazione, i segreti della ricetta trasteverina; vede una sfinge, il cui corpo, arrosto, chissà, una sfornata di patate, là, in pieno deserto, quel grill naturale allo zenit, tremulo di sabbia gratinata… occorre mettersi in viaggio, a ogni parola si troveranno gradazioni, angolazioni, punti di colore, e il conferenziere si smaterializza, oramai, parla dall’oltretomba faraonico, stecchito, ci lascia pervenire la goffaggine di questo suo discorso allo spiedo, che gira, gira, gira; girava, anzi… inconcludente analizzare nella vacuità che soppesa il suo parlare, il suo zelo culinario; allo spettatore giunge il ritratto vivente allo specchio, il volto in differita anni luce, barbaglio di uno sforzo che si perde, che mentre si dà sullo schermo, è bello che finito, sepolto… nello spasimo facciale si elettrifica il compiacimento e insieme lo spreco, lo sforzo e il mancare, sistematicamente, il bersaglio – il che, s’intende, fa parecchio ridere, e bisogna persino coprire il fragore di questa risata… ma sull’orrore della risata si è attardato in maniera abbastanza convincente bataille; e anche arustide, il grande filosofo, ci ha lasciato un’ultima, formidabile testimonianza di come (si possa far) ridere… e proprio su questo ridere e/o assentarsi dello spettatore confida la differita, e confida il conferenziere, che più precisa e più si smarrisce… si nutre intanto, beve alla fonte, vomita, si scaglia contro i pezzettoni di reflusso storio-gastrico – confidando oramai che non ci sia più nessuno dall’altra parte… se non quell’ultimo testimone, quello che ricorda finanche arustite. e quell’unico, forse, gli basta. il che, in generale, è vero per chiunque cominci a “parlare”, etc…

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