Q.I. vecchie glorie(il solito post generalista)

Il concetto del Quoziente Intellettivo è stato superato da tempo, psicologi e pedagoghi, nonchè illustri emeriti scienziati(americani) studianti la mente umana parlano(da 30 anni) di Intelligenza Emotiva.

L’intelligenza emotiva non è indicizzabile da fattori numerici, algoritmi o qualsivoglia speculativo geroglifico matematico-algebrico(massimo rispetto alla matematica filosofico-speculativa). L’IE è un fattore di forma della struttura delle abilità sociali e comportamentali(e non solo), intuitive e adattative di un individuo.

Per questo motivo, il più bravo dalla classe dal punto di vista del QI, mette timbri su bolle bancarie e tiene la contabilità dietro lo sportello di una multinazionale, chi invece era il più somaro, amato da tutti, con una spiccata propensione ai rapporti sociali, eccezionali sensibilità empatiche e senso dell’umorismo, ora è il dirigente della multinazionale: il capo nasce dall’emotività dalla capacità d’esprimere e provocare sensazioni, emozioni, entusiasmi; i numeri sono importanti per fare i conti della spesa, ma: esiste la calcolatrice.
Da qui la plateale se non sconfinata dissimulata idiozia degli ingegneri(o musicisti), che sono delle macchine (quando) perfette se inserite nel loro specifico, degli inetti totali al di fuori dell’habitat nel quale il loro QI non serve ad un’amata minchia, coltivare una donna, un’amicizia, fare una battuta di spirito.
Per questo le istituzioni scolastiche italiane non servono a nulla con i loro obsoleti sistemini meritocratici da pallottoliere di De Amicis, sviliscono la creatività dell’individuo e mettono in cattedra gentaglia, piccolissimi burocrati che dovrebbero invece ramazzare per terra presi a calci nel culo, per questo chi ha soldi va a studiare ad Oxford, ad Harvard e; anche per questo, non solo per la carenza degl’investimenti su ricerca e università, la fuga dei cervelli all’estero.
Numeri, siete numeri,
ed io non so, non voglio
far di conto.

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12 pensieri su “Q.I. vecchie glorie(il solito post generalista)

  1. C’è un amico psicologo che usa questa frase “l’intelligenza cresce con la consapevolezza delle proprie emozioni”. Io adoro questa frase, e la prendo a prestito nella vita di tutti i giorni. Non posso che non essre più che daccordo con tutto quello che hai scritto!

  2. elogio della mediocrità: la virtù sta nel mezzo. ancora. per cui le mezze seghe riusciranno ad avere vite piacevoli e sensate, senza infamia e senza lode, a dispetto dei dirigenti frustrati e dei bollettari bancari. sensibilizziamo le folle sulla necessità di garantire a tutti un sei politico, pallottoliere permettendo, onde garantire esistenze equilibrate ai più. certo, ci saranno sempre i reazionari fuggitivi in quel di harvard, ma abbiamo veramente bisogno di tale gentaglia?

  3. sobrio… il sei politico prevede l’uso del pallottoliere e del burocrate che lo sposta/decreta, io sono invece per la totale eliminazione del corpo insegnante umano all’interno di una logica di Q.I. come gl’esperimenti giapponesi insegnano, ci può stare, dietro la cattedra, benissimo, un automa che ripete a cantilena, molto meglio delle giovani o decrepite mummie, che siano, umane, tutte le a(o)ntologie del sapere. E’ solo nell’orbita di un umanismo emotivo e, non erudito-informatico che ci sta la presenza di un medium umano, che non è un cattedratico ne un teatrante(più o meno la stessa cosa) ma un agente pedagogico, informativo, un talent-scout che promuova le intelligenze in erba(iniziando dunque dalla prima infanzia) finalizzandole con la comunicazione, anche specifica, verso le proprie attitudini(enfatizzandole) non siamo tutti “capi” o “sottocapi” “artisti” “maestri” o “discepoli” in poche parole, un’intelligenza emotiva è sprecata in una “classe” di automi, di futuri “robot” impiegatizi che faranno i replicanti, i cloni nella loro futura esistenza, funzionali ad un’ottica “fordiana”(e che sarebbero sicuramente uno sparuto numero, se sin dall’infanzia si tendesse all’emancipazione delle peculiarità individuali, piuttosto che all’appiattimento, ma si sa che c’è bisogno di manodopera…) per quanto riguarda i reazionari di cui parli, non fuggono su marte, aldilà di un confine invalicabile, in una repubblica delle banane “embargata” dal resto della galassia, ma restano, ancora per poco, viste le sonde spaziali extragalattiche, su questo pianeta, la loro possibilità d’espansione mentale(datagli all’estero), la loro ricerca ed eventuali scoperte, saranno disponibili anche alla provincetta dalla quale “il cervello” è fuggito, probabilmente, in un ottica nietzscheana, d’eterno ritorno, è addirittura un paradosso funzionale il mal-funzionamento della scuola o del servizio di stato della provincia che ha “cagato” il genio reazionario.

  4. “in quel di harvard” è sbagliato come costruzione logica, così come quando si dice “l’università di Harvard”, harvard è il nome dell’università e non di un luogo fisico che la ospita, dunque:
    L’università Harvard in quel di Cambridge, Massachusetts.

  5. apprezzo moltissimo le repliche. soprattutto se dotate di pallottoliere linguistico. trattavasi di ironia del commento, scatenata da (cito testuale): per questo chi ha soldi va a studiare ad Oxford, ad Harvard. se proprio vogliamo fare i precisi, allora, toglierei la “d” dalla seconda preposizione.
    ma capisco che il fascino della cattedra sia irresistibile, a volte. pure nei remeroniani lidi.

    in sintesi, insomma, son idealmente d’accordo col tuo ragionamento ma mi sembrava uno spreco di spazio scrivere semplicemente “son d’accordo con te”. optai per ironia, non fu colta. forse avrei dovuto metter su una faccetta 😀

  6. è facile replicare a(d) un somaro.

    “a” o “ad” sono la stessa preposizione
    asino.

    dal web:

    Preposizioni primitive

    § 1. Fra le preposizioni, quelle che chiamammo primitive o propriamente dette si riducono ad alcuni pochi monosillabi, che esprimono direttamente le relazioni, in cui possono stare fra loro le parti del discorso in una medesima proposizione. Debbono collocarsi sempre immediatamente avanti a quella parte del discorso che reggono, e colla quale si uniscono nella pronunzia, quasi formassero con essa un’unica parola. (Vedi per le eccezioni la Parte III.) Esse sono le seguenti: a, di, da, in, con, per. Spetta al vocabolario dichiararne minutamente i vari significati; noi ci contentiamo di notarne qui alcuni per far conoscere al lettore quelle proprietà di tali particelle, che si vedranno messe in opera praticamente nella Parte II.

    Preposizione a (ad)

    § 2. A (AD) significa la relazione di moto verso uno scopo; quindi anche di vicinanza, di somiglianza, conformità, maniera ecc. Andare a casa, tirare al segno, esser volto a tramontana; stare alla porta; dormire a ciel sereno; venire a mezzodì, alle nove; ritornare a Pasqua; da oggi a otto ecc.; incitare alla collera, tagliare a pezzi, cappello alla moda ecc. ecc. Spesso indica relazione d’interesse, partecipazione, ed allora corrisponde al caso dativo dei latini, caso che in italiano rimane soltanto nei pronomi personali puri, dove abbiamo mi per a me, ti per a te, gli o le per a lui, a lei ecc. P. es. La lode giova al savio e nuoce al matto. Mi piace che tu sia buono. Domando ad alcuno qualche cosa ecc. Mi sento voglia di passeggiare. Ridere in faccia ad alcuno. Sii fedele agli amici.

    Preposizione di

    § 3. DI significa la relazione di moto dall’interno d’una cosa, quindi anche l’unione, la congiunzione intima di due cose, e passa a tanti altri significati Esco di casa; di notte, di sera; il tale è di Perugia; la città di Firenze; di gennaio fa freddo; nè di venere nè di marte non si sposa nè si parte; Pietro figlio di Francesco; questo libro è di mio fratello; tu sei un uomo di valore; tu soffri, godi, ti sdegni di piccole cose; ti prego di farmi questo piacere; egli mi asperse di acqua; tu non istai bene di salute; l’oratore ha parlato di tante cose ecc. Nei varii sensi che indicano stretta relazione fra più cose, corrisponde al caso genitivo dei latini, specialmente in senso possessivo o qualificativo o partitivo, e per denotare l’autore d’un’azione o l’oggetto di essa; p. es. la casa degli amici; il consiglio di guerra, il compagno di scuola; un bicchier di vino; ogni sorta di piaceri; la più parte degli uomini; il poema di Dante; l’amor di patria.
    Di si adopera anche in varii costrutti come congiunzione corrispondente a che: credo di partire (credo che partirò) spero di fuggire (che fuggirò): dico di no, di sì (che no, che sì).

  7. 🙂
    lo so bene. ma l’aggiunta di una d si fa solo in presenza di una successiva parola cominciante per vocale, onde evitare fastidiose rindondanze e bisticci linguistici.la mia puntualizzazione, oltre a essere l’ennesima spiritosaggine non colta sull’uso improprio del pallottoliere che tanto aborrisci ma non disdegni tu stesso di usare, non intendeva legittimare l’esistenza di una decima preposizione semplice oltre alle nove canoniche, ma porre l’accento sul fatto che la parola harvard, cominciante per consonante, non necessitasse in realtà dell’aggiunta di una d poichè la lettura della stessa harvard non avrebbe da esser fatta in italiano, arvard, ma in inglese, Harvard, con aspirazione. cosa a cui dovremmo tendere tutti. ad esempio, per esempio.
    vado a casa.
    vai ad impiccarti.
    chiaro e preciso. il che, onde evitare nuove diatribe postbloggarnti, è sempre da intendersi in senso ironico. in realtà apprezzo grandemente le tue repliche, e mi accingo a completare il blog che queste mi han suscitato. grazie mille.
    🙂

  8. harvard in questo caso è di per se un bisticcio linguistico, in italiano, considerando che inizia con la “mutina” e linguisticamente, dunque, molto più corretto pronunciare la preposizione a, con l’aggiunta della “d”, le ridondanze di cui parli sono funzionali esclusivamente in presenza di termini della nostra lingua o della lingua madre in genere e vengono a decadere in presenza degli inglesismi, francesismi, neologismi, nei quali la linguistica sprofonda nella fonetica(articolatoria), altrimenti, sembrerebbe di sentir parlare il robot che articola lo slang cyber d/nelle stazioni e relative fermate ferroviarie, luoghi fittizi apparentemente perchè citati da un timbro dis-umano e spesso disarticolato(nonostante l’evoluzione del software), che crea in-volontariamente una bolla metafisica nella mente del viaggiatore che attende il treno. quella stessa bolla sinestetica nella quale tu ora, ti perdi.

  9. “cominciante” poi, non senti come suona male? le parole sono molto importanti: se parli male vuol dir che pensi male.
    pensaci bene dunque;
    prima di sparare la prossima puttanata.

  10. ci penso. penso che ti devo dare atto di una cosa: cominciante è pessimo. il resto, soprattutto la tua tendenza ad azzannare il prossimo alla giugulare con aggiunta di insulti vari e multiformi, non è decisamente nelle mie corde. onde per cui, mi ritiro in buon ordine, ti lascio la coppa e(d) il fango e cerco altrove il dialogo, fermo restando che apprezzo le tue cogitazioni ma non il modo di porle. del resto, però, qui siam in casa tua, e il vaffa è lecito e, temo, auspicato. buon pro vi faccia.

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